Il 22 maggio 1999, con
la ratifica del Consiglio Nazionale dell'ANPd'I, viene costituita la Sezione
Nord Friuli, la 26a del Triveneto, tuttavia i soci fondatori si frequentavano già dal
Raduno di Bologna del 1996. La sede si trova a Tarcento, cittadina denominata "la Perla del Friuli", situata al margine
sud-orientale delle Prealpi Carniche nell'anfiteatro morenico del Tagliamento.
A Febbraio 2008 la Sezione ha iscritto il suo ultimo socio con la tessera n.
50,
attualmente la Sezione conta 37 soci in regola con l'iscrizione per l'anno in
corso.
Nel
sotto menù a fianco ci sono le pagine di alcuni
soci e le loro foto.
Maggio 1999 -Il Presidente Nazionale Gen. Mario Chiabrera consegna il Labaro
al Presidente di Sezione Paolo Cruder e al Consigliere Nazionale
Giorgio Peressin.
Direttivo di
Sezione triennio 2007-2009
CONSIGLIO
DIRETTIVO
Presidente
PECILE Roberto
Vice Presidente
MIZZA Luca
Segretario
DEL MEDICO Emilo
Economo
POLLA Gianni
Consigliere
VATTOLO Luca
Consigliere
GIORGIONE Christian
Consigliere
GRILLO Marco
Collegio
Sindaci
Revisori
Presidente
ROVERE Italo
Revisore
CIMBARO Bruno
Revisore
TOSO Alberto
"O.M.d'I. Ten. Ferruccio Nicoloso"
La Sezione è intitolata al Ten. Ferruccio Nicoloso, insignito
dell'Ordine Militare d'Italia, compaesano della M.d'O. al V.M. Pier Arrigo
Barnaba che con l'altra M.d'O. al V.M. Alessandro Tandura di Vittorio Veneto,
furono i pionieri del paracadutismo militare italiano durante il 1° conflitto
mondiale nel 1918.
Dal Secolo d’Italia
STORIA DEL PARACADUTISMO
Vari tipi di “ombrelli di seta” vennero collaudati dalle opposte aviazioni, non
solo come mezzo di salvataggio ma anche per il trasporto di informatori. Con la
fine del conflitto il paracadutismo all’estero diventò uno, sport di moda. In
Italia un geniale inventore,Alfredo Ereno, realizzò ma senza fortuna un modello
Particolarmente evoluto
IN GUERRA LA PRIMA VOLTA
Nel 1918 tre ufficiali italiani si lanciarono in territorio nemico
ALDO GIORLEO
NEL 1914 scoppia la prima guerra mondiale. E’ il momento dei paracadute: le
opposte aviazioni si scontrano nei cieli lungo i fronti di battaglia e ciascuno
dei belligeranti cerca di fornire ai propri piloti questo strumento di
salvataggio.
I francesi sperimentarono dapprima un paracadute con apertura a molle, l'Hérviène,
che si dimostrò poco pratico, quindi realizzarono un altro modello, il Dangy,
rivelatosi anch’esso poco funzionale, e alla fine si risolsero ad adottare il
paracadute inglese Calthrop, di forma tronco-conica, che veniva fissato
all’esterno del velivolo ed era collegato al corpo dei pilota mediante una lunga
fune. Austriaci e tedeschi, dal canto loro, affidarono la sorte dei piloti a un
paracadute, molto ben riuscito, lo Schmittner.
A partire dal 1916 tutti i piloti di questi quattro paesi ebbero in dotazione il
paracadute. Il primo a usarlo fu un ufficiale germanico, il tenente Kurt
Wieczorec, che il 13 marzo si lanciò da un pallone frenato nel cielo di Reims.
Si trattò d'un esperimento, ma qualche mese dopo il paracadute salvò per la
prima volta la vita a un pilota, il sottotenente francese Levasseur; il cui
aereo si era incendiato in volo. Sempre in quell'anno, poiché il Calthrop si era
dimostrato troppo ingombrante, in Francia venne sperimentato un paracadute
progettato dal costruttore Bonnel Purtroppo le prove si conclusero in maniera
tragica: i collaudatori Calderon e Spiess morirono a causa dell'eccessiva
velocità di discesa. Tuttavia in seguito, con le modifiche apportatevi da
Mortane, il Bonnet si rivelò un buon paracadute, felicemente collaudato da
Juchmes, Letourner e Duclos.
Quanto agli italiani; fu soltanto nel 1917 che ebbero in consegna dagli inglesi
un certo numero di Calthrop, ribattezzati Angel Guardian. Ma i nostri piloti
espressero alquanto scetticismo verso l'ombrello di seta, quasi che, portandolo
in volo, risultasse menomata la loro capacità di “cavalieri del cielo”. Cosicché
a esserne equipaggiati furono gli osservatori dei Genio Aerostieri, i cui
palloni frenati rischiavano di essere colpiti e incendiati dai velivoli nemici.
Un giorno, uno di questi osservatori, il tenente Hardouin duca di Gallese, volle
provare il paracadute e si buttò dal pallone che dondolava a 1.200 metri
d'altezza. Quando toccò felicemente terra, ebbe una punizione per indisciplina e
un encomio solenne per la dimostrazione di coraggio.
Intanto il paracadute veniva preso in considerazione non solo come mezzo di
salvataggio, ma anche come mezzo di trasporto da usare nelle missioni di
informatori, missioni portate a termine dai francesi Vedrines, Evrard e Tabuteau,
lanciati in territorio controllato dal nemico, e dai tedeschi von Kossel e
Windisch, calati dietro le linee russe. E gli italiani, in questo campo, non
furono da meno. Nella tarda estate dei 1918 si palesò la necessità di appurare
l'effettiva consistenza di alcuni reparti austriaci che fronteggiavano il
settore della nostra VIII Armata. Vennero chiesti dei volontari e quattro
ufficiali, i tenenti Alessandro Tandura.
Ferruccio Nicoloso, Pier
Arrigo Barnaba e Antonio Pavan, si misero a disposizione del Servizio
informazioni dell'Armata, retto dal colonnello Dupont. I quattro vennero
brevemente istruiti.
Il primo a essere impiegato fui, Il 9 agosto, il tenente Tandura, nativo di
Vittorio Veneto. L’aereo era un bimotore da ricognizione Savoia Pomilio S.P2,
nella parte posteriore del quale era stato ricavato un sedile ribaltabile per
mezzo di una leva che veniva manovrata dal pilota o dall'osservatore, posti a
prua del velivolo. Il paracadutista era perciò costretto a viaggiare con i piedi
penzoloni nel vuoto e con la schiena rivolta alla direzione del volo, in attesa
che il suo sedile venisse ribaltato ed egli iniziasse la caduta. Il paracadute,
racchiuso in un involucro sistemato sotto la fusoliera e collegato per mezzo
d'una fune al cinturone del paracadutista, si sarebbe aperto a causa della
trazione.
Tandura, che portava con sé abiti da contadino per camuffarsi, alcune gabbiette
con piccioni viaggiatori per trasmettere i messaggi un cifrario, una pistola e
un pugnale, riuscì a fornire ai nostri comandi - grazie anche all'aiuto della
sorella e della fidanzata preziose informazioni sulla consistenza dei reparti
austriaci. Catturato dagli austriaci fuggi rientrando alla fine nelle nostre
linee non senza aver prima compiuto ardite azioni di sabotaggio guadagnandosi la
Medaglia d'oro al Valor Militare.
Dopo Tandura, toccò a Nicoloso d'essere lanciato, la
notte del23 ottobre, in vista della nostra offensiva finale; Purtroppo
Nicoloso atterrò fuori della zona prevista, quella
di Osoppo San Daniele Codroipo, ragion per cui la notte successiva veniva
lanciato il tenente Barnaba, il quale portò felicemente a compimento la
missione. Fu anch' egli decorato di Medaglia d'Oro,
mentre a Nicoloso venne concesso l'ordine militare
di Savoia. Quanto al quarto volontario, il tenente Pavan, egli fu trasportato al
di là delle linee austriache con un aereo Voisin pilotato dal capitano Gelmetti
che riuscì ad atterrare nei pressi di Salice. Piccoli aerei o idrovolanti furono
in seguito impiegati per il trasporto di altri coraggiosi informatori.
Dal Secolo d’Italia
L’8 agosto del 1918
ebbe luogo la missione che inaugurò, in Italia l’epopea dei fanti dell’aria
QUEL PRIMO LANCIO
L’epopea del paracadutismo militare o cominciò, come spesso accade nelle
particolari vicende della storia degli eserciti, quasi per caso
Il fatto d'arme è stato ricordato al raduno a Vittorio Veneto sabato 26
settembre 1998
MASSIMILIANO MAZZANTI
N0N SEMBRAVA una serata fortunata, quella del 9 agosto 1918, nelle retrovie del
fronte del Piave. Una pioggia insistente. a dispetto della stagione estiva.
perturbava il cielo rendendo difficile l’ipotesi di realizzare una
particolarissima missione di volo.
Eppure, a dispetto delle condizioni atmosferiche, i servizi informazione dell’VIII
armata vollero comunque tentare la sorte, effettuando il primo lancio di guerra
della storia del paracadutismo militare italiano.
E a questo ormai leggendario episodio della fine della prima guerra mondiale,
nell’ottantesimo anniversario del successo delle armi italiane che
l’associazione paracadutisti d’Italia ha dedicherà il suo ventesimo raduno
nazionale, che si apre oggi a Vittorio Veneto e si concluderà domani.
Il tradizionale appuntamento - con la sfilata delle delegazioni provinciali dei
«parà» in congedo, con la parata dei reparti
in armi della «Folgore» e con gli spettacolari aviolanci vedrà il suo momento
più significativo nella giornata odierna, quando verrà scoperta una lapide in
memoria dell’eroe di quel 9 agosto di ottant’anni addietro, il tenente
Alessandro Tandura, nativo di Vittorio Veneto.
L’epopea del paracadutismo militare italiano cominciò, come spesso accade negli
eserciti, quasi per caso. Prodotti dagli inglesi all'aviazione italiana vennero
consegnati un certo numero in verità alquanto scarso, di paracadute «Calthrop»,
al fine di consentire ai piloti di salvarsi nell'eventualità dell'abbattimento
da parte del nemico.
Lo scarso numero dei «Calthrop», però, unito alla «tradizione marinaresca» degli
aviatori della prima guerra mondiale (decisi a seguire fino in fondo la sorte
del mezzo a loro affidato), fece sì che dell'ipotesi di consegnarli a una
squadriglia non se ne facesse nulla. E i paracadute, cosi, finirono nella
disponibilità del servizio informazioni dell'VIII armata, comandata dal
colonnello Dupont.
Dupont non perse tempo: coadiuvato dal maggiore Barker e dal tenente Wedwood
Benn entrambi in forza al 66° Special Air Squadron del Royal Flying Corps -
addestrò al temerario lancio. nel campo di Villaverla, vicino a Vicenza, quattro
giovani ufficiali italiani - tenenti Alessandro Tandura, Antonio Pavan, Pier
Arrigo Barnaba e Ferruccio Nicoloso al fine dì farli
penetrare oltre le linee nemiche per portare a termine missioni di spionaggio.
Un aereo scelto per la prima missione, quella del 9 agosto, fu un Savoia Pomilio
2, l'ufficiale appunto Alessandro Tandura. La tecnica di lancio non era certo
delle più rassicuranti. Agganciato un seggiolino ribaltabile nella parte
posteriore del, velivolo, questo, per mezzo di un cavo d'acciaio azionabile con
una leva posta a prua dell'aereo manovrata dall’osservatore, veniva «sganciato»
per permettere l’eiezione del paracadutista. Il «parà», costretto a volare coi
piedi penzoloni, praticamente all'esterno dei veicolo, era «imbragato» al
paracadute che, però, si trovava materialmente assicurato nella «pancia»
dell'aereo, nella speciale calotta di alluminio che lo conteneva. L’altitudine
programmata per il lancio fu di 2.500 metri.
Secondo i piani, il primo lancio avrebbe, dovuto portare lo speciale incursore
nei prati di Sarmede, Vicino a Vittorio Veneto, ma, in realtà quando Tandura
atterrò, questo ufficiale fu scelto anche In considerazione della sua
familiarità con la zona che avrebbe dovuto esplorare, si accorse di essere nei
pressi di Antano, una località ancor più vicina a Vittorio Veneto rispetto a
quella programmata.
Tandura riuscì, malgrado il freddo che aveva dovuto sopportare e la pesante
«botta» ricevuta a causa dell'impatto piuttosto brusco, a compiere tutte le
operazioni, anche se gli occorse tutta la notte per seppellire il «Calthrop»,
affinché nessuno potesse stabilire come fosse giunto lì.
Gli ordini di Tandura erano chiari: travestirsi da contadino mischiarsi alla
popolazione rurale di quella campagna e trasmettere - per mezzo dei colombi
viaggiatori che gli erano stati affidati - informazioni sullo schieramento
austro-ungarico per poi rientrare nelle linee italiane dalle foci del fiume
Tagliamento, (all'altezza dell'Hotel Baglioní) oppure in caso di impossibilità,
attraversando il Piave tra le località di Vidor e Grave di Ciano.
Il giovane tenente andò ben oltre: aiutato dalla sorella Emma e dalla fidanzata
Emma Petterle, portò a buon fine malgrado due arresti e due rocambolesche fughe
che gli risparmiarono un triste epilogo da prigioniero in Serbia - anche diverse
azioni di sabotaggio che gli valsero la medaglia
d'oro al valor militare, Inoltre, l'Esercito ritenne doveroso premiare anche il
valore delle due giovani donne che aiutarono Tandura nella sua missione,
decorandole di medaglia d'argento.
E i paracadutisti, oggi, non celebreranno solo la
medaglia d'oro, l'eroe di guerra, ma anche e soprattutto il «padre» della
loro disciplina, il «punto di partenza» di quel lungo «filo amaranto» che per
ottant' anni ha significato in Italia senso dei dovere, spirito di sacrificio,
combattimento e gloria: da Vittorio Veneto a El Alamein, da Anzio fino alle
recenti sabbie della Somalia o alle montagne della ex-Jugoslavia.
FRA SABBIE NON PIU' DESERTE SONO QUI DI PRESIDIO PER L'ETERNITA'
I RAGAZZI DELLA
FOLGORE
FIOR FIORE DI UN POPOLO E DI UN ESERCITO IN ARMI. CADUTI PER
UNA IDEA, SENZA RIMPIANTI, ONORATI DAL RICORDO DELLO STESSO
NEMICO,
ESSI ADDITANO AGLI ITALIANI, NELLA BUONA E
NELL'AVVERSA FORTUNA IL CAMMINO DELL'ONORE E DELLA GLORIA.
VIANDANTE, ARRESTATI E RIVERISCI.
DIO DEGLI ESERCITI ACCOGLI GLI SPIRITI DI QUESTI RAGAZZI IN
QUELL'ANGOLO DEL CIELO CHE RISERBI AI MARTIRI E AGLI EROI.
Scritte
dal Ten.Col. Alberto Bechi Luserna, Medaglia d'Oro, caduto
per la Patria