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ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARACADUTISTI d'ITALIA Sezione NORD FRIULI
nicoloso barnabaLa Sezione Nord Friuli è intitolata al Ten. Ferruccio Nicoloso, insignito dell'Ordine Militare d'Italia, originario di Buia (UD) e compaesano della M.d'O. al V.M. Pier Arrigo Barnaba che con l'altra M.d'O. al V.M. Alessandro Tandura di Vittorio Veneto, furono i pionieri del paracadutismo militare italiano durante il 1° conflitto mondiale nel 1918.
 
Dal Secolo d’Italia STORIA DEL PARACADUTISMO

Vari tipi di “ombrelli di seta” vennero collaudati dalle opposte aviazioni, non solo come mezzo di salvataggio ma anche per il trasporto di informatori. Con la fine del conflitto il paracadutismo all’estero diventò uno, sport di moda. In Italia un geniale inventore,Alfredo Ereno, realizzò ma senza fortuna un modello Particolarmente evoluto.

IN GUERRA LA PRIMA VOLTA
Nel 1918 tre ufficiali italiani si lanciarono in territorio nemico
ALDO GIORLEO

Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale. E’ il momento dei paracadute: le opposte aviazioni si scontrano nei cieli lungo i fronti di battaglia e ciascuno dei belligeranti cerca di fornire ai propri piloti questo strumento di salvataggio.

I francesi sperimentarono dapprima un paracadute con apertura a molle, l'Hérviène, che si dimostrò poco pratico, quindi realizzarono un altro modello, il Dangy, rivelatosi anch’esso poco funzionale, e alla fine si risolsero ad adottare il paracadute inglese Calthrop, di forma tronco-conica, che veniva fissato all’esterno del velivolo ed era collegato al corpo dei pilota mediante una lunga fune. Austriaci e tedeschi, dal canto loro, affidarono la sorte dei piloti a un paracadute, molto ben riuscito, lo Schmittner.
 
A partire dal 1916 tutti i piloti di questi quattro paesi ebbero in dotazione il paracadute. Il primo a usarlo fu un ufficiale germanico, il tenente Kurt Wieczorec, che il 13 marzo si lanciò da un pallone frenato nel cielo di Reims. Si trattò d'un esperimento, ma qualche mese dopo il paracadute salvò per la prima volta la vita a un pilota, il sottotenente francese Levasseur; il cui aereo si era incendiato in volo. 

Sempre in quell'anno, poiché il Calthrop si era dimostrato troppo ingombrante, in Francia venne sperimentato un paracadute progettato dal costruttore Bonnel Purtroppo le prove si conclusero in maniera tragica: i collaudatori Calderon e Spiess morirono a causa dell'eccessiva velocità di discesa. Tuttavia in seguito, con le modifiche apportatevi da Mortane, il Bonnet si rivelò un buon paracadute, felicemente collaudato da Juchmes, Letourner e Duclos. Quanto agli italiani; fu soltanto nel 1917 che ebbero in consegna dagli inglesi un certo numero di Calthrop, ribattezzati Angel Guardian.

Ma i nostri piloti espressero alquanto scetticismo verso l'ombrello di seta, quasi che, portandolo in volo, risultasse menomata la loro capacità di “cavalieri del cielo”. Cosicché a esserne equipaggiati furono gli osservatori dei Genio Aerostieri, i cui palloni frenati rischiavano di essere colpiti e incendiati dai velivoli nemici. Un giorno, uno di questi osservatori, il tenente Hardouin duca di Gallese, volle provare il paracadute e si buttò dal pallone che dondolava a 1.200 metri d'altezza. Quando toccò felicemente terra, ebbe una punizione per indisciplina e un encomio solenne per la dimostrazione di coraggio.
 
Intanto il paracadute veniva preso in considerazione non solo come mezzo di salvataggio, ma anche come mezzo di trasporto da usare nelle missioni di informatori, missioni portate a termine dai francesi Vedrines, Evrard e Tabuteau, lanciati in territorio controllato dal nemico, e dai tedeschi von Kossel e Windisch, calati dietro le linee russe. E gli italiani, in questo campo, non furono da meno. Nella tarda estate dei 1918 si palesò la necessità di appurare l'effettiva consistenza di alcuni reparti austriaci che fronteggiavano il settore della nostra VIII Armata. Vennero chiesti dei volontari e quattro ufficiali, i tenenti Alessandro Tandura. Ferruccio Nicoloso, Pier Arrigo Barnaba e Antonio Pavan, si misero a disposizione del Servizio informazioni dell'Armata, retto dal colonnello Dupont. I quattro vennero brevemente istruiti.

Il primo a essere impiegato fui, Il 9 agosto, il tenente Tandura, nativo di Vittorio Veneto. L’aereo era un bimotore da ricognizione Savoia Pomilio S.P2, nella parte posteriore del quale era stato ricavato un sedile ribaltabile per mezzo di una leva che veniva manovrata dal pilota o dall'osservatore, posti a prua del velivolo. Il paracadutista era perciò costretto a viaggiare con i piedi penzoloni nel vuoto e con la schiena rivolta alla direzione del volo, in attesa che il suo sedile venisse ribaltato ed egli iniziasse la caduta.

Il paracadute, racchiuso in un involucro sistemato sotto la fusoliera e collegato per mezzo d'una fune al cinturone del paracadutista, si sarebbe aperto a causa della trazione. Tandura, che portava con sé abiti da contadino per camuffarsi, alcune gabbiette con piccioni viaggiatori per trasmettere i messaggi un cifrario, una pistola e un pugnale, riuscì a fornire ai nostri comandi - grazie anche all'aiuto della sorella e della fidanzata preziose informazioni sulla consistenza dei reparti austriaci. Catturato dagli austriaci fuggi rientrando alla fine nelle nostre linee non senza aver prima compiuto ardite azioni di sabotaggio guadagnandosi la Medaglia d'oro al Valor Militare. Dopo Tandura, toccò a Nicoloso d'essere lanciato, la notte del23 ottobre, in vista della nostra offensiva finale; Purtroppo Nicoloso atterrò fuori della zona prevista, quella di Osoppo San Daniele Codroipo, ragion per cui la notte successiva veniva lanciato il tenente Barnaba, il quale portò felicemente a compimento la missione.
 
Fu anch' egli decorato di Medaglia d'Oro, mentre a Nicoloso venne concesso l'ordine militare di Savoia. Quanto al quarto volontario, il tenente Pavan, egli fu trasportato al di là delle linee austriache con un aereo Voisin pilotato dal capitano Gelmetti che riuscì ad atterrare nei pressi di Salice. Piccoli aerei o idrovolanti furono in seguito impiegati per il trasporto di altri coraggiosi informatori.   Dal Secolo d’Italia L’8 agosto del 1918 ebbe luogo la missione che inaugurò, in Italia l’epopea dei fanti dell’aria Nicoloso e Barnaba Ottobre 1918Nicoloso e Barnaba, foto ora esposta con il paracadute al Museo della Julia a Udine.
 
QUEL PRIMO LANCIO

L’epopea del paracadutismo militare o cominciò, come spesso accade nelle particolari vicende della storia degli eserciti, quasi per caso Il fatto d'arme è stato ricordato al raduno a Vittorio Veneto sabato 26 settembre 1998 MASSIMILIANO MAZZANTI N0N SEMBRAVA una serata fortunata, quella del 9 agosto 1918, nelle retrovie del fronte del Piave. Una pioggia insistente. a dispetto della stagione estiva. perturbava il cielo rendendo difficile l’ipotesi di realizzare una particolarissima missione di volo. Eppure, a dispetto delle condizioni atmosferiche, i servizi informazione dell’VIII armata vollero comunque tentare la sorte, effettuando il primo lancio di guerra della storia del paracadutismo militare italiano. E a questo ormai leggendario episodio della fine della prima guerra mondiale, nell’ottantesimo anniversario del successo delle armi italiane che l’associazione paracadutisti d’Italia ha dedicherà il suo ventesimo raduno nazionale, che si apre oggi a Vittorio Veneto e si concluderà domani. Il tradizionale appuntamento - con la sfilata delle delegazioni provinciali dei «parà» in congedo, con la parata dei reparti in armi della «Folgore» e con gli spettacolari aviolanci vedrà il suo momento più significativo nella giornata odierna, quando verrà scoperta una lapide in memoria dell’eroe di quel 9 agosto di ottant’anni addietro, il tenente Alessandro Tandura, nativo di Vittorio Veneto.

 
L’epopea del paracadutismo militare italiano cominciò, come spesso accade negli eserciti, quasi per caso. Prodotti dagli inglesi all'aviazione italiana vennero consegnati un certo numero in verità alquanto scarso, di paracadute «Calthrop», al fine di consentire ai piloti di salvarsi nell'eventualità dell'abbattimento da parte del nemico. Lo scarso numero dei «Calthrop», però, unito alla «tradizione marinaresca» degli aviatori della prima guerra mondiale (decisi a seguire fino in fondo la sorte del mezzo a loro affidato), fece sì che dell'ipotesi di consegnarli a una squadriglia non se ne facesse nulla. E i paracadute, cosi, finirono nella disponibilità del servizio informazioni dell'VIII armata, comandata dal colonnello Dupont. Dupont non perse tempo: coadiuvato dal maggiore Barker e dal tenente Wedwood Benn entrambi in forza al 66° Special Air Squadron del Royal Flying Corps - addestrò al temerario lancio. nel campo di Villaverla, vicino a Vicenza, quattro giovani ufficiali italiani - tenenti Alessandro Tandura, Antonio Pavan, Pier Arrigo Barnaba e Ferruccio Nicoloso al fine dì farli penetrare oltre le linee nemiche per portare a termine missioni di spionaggio. Un aereo scelto per la prima missione, quella del 9 agosto, fu un Savoia Pomilio 2, l'ufficiale appunto Alessandro Tandura. La tecnica di lancio non era certo delle più rassicuranti. Agganciato un seggiolino ribaltabile nella parte posteriore del, velivolo, questo, per mezzo di un cavo d'acciaio azionabile con una leva posta a prua dell'aereo manovrata dall’osservatore, veniva «sganciato» per permettere l’eiezione del paracadutista.
 
Il «parà», costretto a volare coi piedi penzoloni, praticamente all'esterno dei veicolo, era «imbragato» al paracadute che, però, si trovava materialmente assicurato nella «pancia» dell'aereo, nella speciale calotta di alluminio che lo conteneva. L’altitudine programmata per il lancio fu di 2.500 metri. Secondo i piani, il primo lancio avrebbe, dovuto portare lo speciale incursore nei prati di Sarmede, Vicino a Vittorio Veneto, ma, in realtà quando Tandura atterrò, questo ufficiale fu scelto anche In considerazione della sua familiarità con la zona che avrebbe dovuto esplorare, si accorse di essere nei pressi di Antano, una località ancor più vicina a Vittorio Veneto rispetto a quella programmata. Tandura riuscì, malgrado il freddo che aveva dovuto sopportare e la pesante «botta» ricevuta a causa dell'impatto piuttosto brusco, a compiere tutte le operazioni, anche se gli occorse tutta la notte per seppellire il «Calthrop», affinché nessuno potesse stabilire come fosse giunto lì. Gli ordini di Tandura erano chiari: travestirsi da contadino mischiarsi alla popolazione rurale di quella campagna e trasmettere - per mezzo dei colombi viaggiatori che gli erano stati affidati - informazioni sullo schieramento austro-ungarico per poi rientrare nelle linee italiane dalle foci del fiume Tagliamento, (all'altezza dell'Hotel Baglioní) oppure in caso di impossibilità, attraversando il Piave tra le località di Vidor e Grave di Ciano.
 
Il giovane tenente andò ben oltre: aiutato dalla sorella Emma e dalla fidanzata Emma Petterle, portò a buon fine malgrado due arresti e due rocambolesche fughe che gli risparmiarono un triste epilogo da prigioniero in Serbia - anche diverse azioni di sabotaggio che gli valsero la medaglia d'oro al valor militare, Inoltre, l'Esercito ritenne doveroso premiare anche il valore delle due giovani donne che aiutarono Tandura nella sua missione, decorandole di medaglia d'argento. E i paracadutisti, oggi, non celebreranno solo la medaglia d'oro, l'eroe di guerra, ma anche e soprattutto il «padre» della loro disciplina, il «punto di partenza» di quel lungo «filo amaranto» che per ottant' anni ha significato in Italia senso dei dovere, spirito di sacrificio, combattimento e gloria: da Vittorio Veneto a El Alamein, da Anzio fino alle recenti sabbie della Somalia o alle montagne della ex-Jugoslavia.
 

Le Motivazione delle Decorazioni del Ten. Nicoloso Ferruccio

 
Grazie al lavoro del Dott. Stefano Bergagna, Sindaco di Buia, che ci ha relazionato sui risultati della sua approfondita ricerca storica sulla figura del Ten. Ferruccio Nicoloso, siamo venuti in possesso di importanto documento che riporta le motivazioni delle decorazioni ottenute dal Nicoloso.
 ASU.PA.barnaba.pref.Bu.73_fasc.20_086

 

 

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